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E se invece servisse…

Venerdì 15 novembre 2019 - Altre news

E se invece servisse…

Diamoci una mossa… In una società che abitua al “tanto non serve a niente”, storie come quelle di Barbara Magalotti, fondatrice dell’associazione di volontariato Laboratorio solidale che nel 2019 compie 10 anni, cambiano la prospettiva. Un racconto che ha dell’inverosimile considerate le premesse.

La nascita dell'associazione

Come spesso accade, tutto nasce un po’ per caso e un po’ per passione 17 anni fa. Dopo un’esperienza, che doveva essere temporanea in Bolivia, Barbara decide di fermarsi alla richiesta del cappellano di fare qualcosa per i bimbi che vivevano nel carcere di La Paz insieme ai padri, per una serie di motivazioni complesse tra cui l'estrema povertà.

Erano 300 i bambini – spiega ai microfoni di radio Contado –, 2800 i detenuti in una struttura che dovrebbe contenere 700 persone, poco più grande di un campo da calcio. Il carcere è qualcosa di surreale, la polizia resta fuori, entra una volta al giorno per fare l’appello, il resto è lasciato all'autogestione dei detenuti, un fenomeno interessante che però, se non accompagnato, incrementa un meccanismo di corruzione e organizzazione mafiosa. Anche se dal 2018 qualcosa è cambiato per un intervento delle istituzioni”.

Dalle sue parole si delinea l’immagine di un microcosmo specchio di una società complessa in cui a rimetterci, purtroppo, sono i bambini. Ecco perché la voglia di creare per loro, all’inizio, una semplice stanza dei giochi, dove potessero essere tranquilli, superando le perplessità e le chiusure dei genitori, ormai disabituati ai ritmi di una vita “normale”. E in 10 anni di associazione (17 per il progetto) di strada ne è stata fatta. Grazie al Centro Alegria i bimbi sono stati coinvolti in attività scolastiche fino al pagamento di qualche borsa di studio, uscite fuori dal carcere, progetti di ippoterapia, feste, assistenza sanitaria… Da febbraio 2019, poi, una nuova e difficile sfida. I bimbi infatti non vivono più in carcere e l'associazione svolge un'attività di monitoraggio per il loro reinserimento in un contesto familiare accogliente, partecipando a un tavolo interdisciplinare in cui sono coinvolte 11 istituzioni e due enti privati.

Per i padri in carcere

Lavoriamo anche con i genitori – continua a spiegare Barbara – con incontri di sensibilizzazione su vari temi come la figura femminile, argomento ostico in America Latina, e l’educazione sessuale. Il nostro modus operandi è trattare il detenuto non come tale ma come persona, un aspetto che agisce in profondità e porta a un cambiamento culturale, in cui lo stesso detenuto supera le sue chiusure per sentirsi più libero. La cosa più bella che mi hanno detto? ‘Sorella quando vengo a questi incontri dimentico di vivere in carcere’. Ogni settimana sono 300 le persone che coinvolgiamo tra i vari gruppi”.

Il lavoro nei campi

Tre anni fa poi l’idea di un progetto fuori dal penitenziario, per creare uno spazio di accoglienza dove imparare nuovamente i ritmi di vita: svegliarsi, fare colazione, comunicare con gli altri. Aspetti annullati in tanti anni di detenzione.

Più che dare una prospettiva di lavoro, volevamo offrire un’occasione di disintossicazione dai meccanismi del carcere attraverso il rapporto con la natura, perché il contatto con la terra è terapeutico: vedere come da un seme prende vita una pianta, si traduce nel rimparare a prendersi cura di sé stessi, del proprio figlio o della propria famiglia. Nei 10 ettari acquistati a Caranavi coltiviamo cetrioli, maracuya, banani, avocado… che poi rivendiamo al mercato”.

Come aiutare l'associazione

Oggi l’associazione cerca nuovi volontari da coinvolgere a Rimini nella ricerca di progetti, bandi, finanziamenti… ma anche capaci di raccontare la storia di Laboratorio solidale nelle scuole, nelle Università, tra le persone o semplicemente attraverso i social network. Possibile poi fare un’esperienza di volontariato all'estero anche di tre mesi per educatori, psicologi, operatori sociali o chiunque abbia voglia di rimboccarsi le maniche nel lavoro nei campi.

In questi 10 anni – conclude Barbara – abbiamo imparato tanto e ricevuto molto più di quello che abbiamo dato. Con orgoglio abbiamo risvegliato le istituzioni boliviane sulla situazione dei bimbi in carcere e, in Italia, stimolato le coscienze di molti studenti. Il riscontro con gli alunni dopo gli incontri a scuola è fantastico. Abbiamo potuto mettere un semino di solidarietà che cresce negli animi delle persone. Ai ragazzi bisogna raccontare cosa succede fuori dal loro guscio, portare delle testimonianze dirette, per risvegliare la parte buona che c’è in ognuno di noi, non sempre stimolata, superando i pregiudizi”.

Con queste parole lancia quindi l’invito a prendere contatto con l’associazione per un’esperienza di solidarietà che sia in controtendenza con il discorso dominante: magababa67@hotmail.comlaboratoriosolidale@gmail.com