Menu

Alcune storie da raccontare

Lunedì 8 marzo 2021 - Altre news

Alcune storie da raccontare
La testimonianza di Gianpaolo... tra i ricordi e il suo impegno come volontario a Sant'Agata Feltria riscopriamo il valoro della memoria storica e degli anziani
 

Un tempo il nostro paese era tutto un brulicare di attività: l'osteria era il dopo lavoro, il bar in cui si radunava parte del paese, ce n'erano almeno cinque senza considerare le frazioni; accanto ad una in particolare, che fungeva anche da trattoria, come anche le altre, era posizionato la struttura in legno del maniscalco che aveva anche la fucina da fabbro. Per anni la struttura rimase in piedi, poi lì accanto fu impiantata una ferramenta.

Vi erano mestieri più disparati dettati dalla necessità di sbarcare il lunario, il calzolaio era importantissimo perché non vi era la possibilità di cambiare spesso le scarpe, erano 3 e tutti bene o male lavoravano; le diverse sarte del paese confezionavano abiti su misura (a chi poteva permetterselo) oppure “aggiustavano” calzoni o giacche quando le si passavano tra fratelli; le toppe al sedere e alle ginocchia indicavano la classe sociale di appartenenza all'opposto di oggi; il fabbro, con  l'incudine e la forgia a carbone era un richiamo per noi ragazzini che, pur mettendo in conto qualche piccola scottatura di poco conto, facevamo a gara a chi faceva diventare più rosso il carbone azionando la manovella del ventilatore della fucina; il meccanico, che riparava le bici, le rare motociclette e le altrettanto rare vetture (chissà perché mi è rimasta sempre impressa la frase che una volta bastava il fil di ferro per le riparazioni, forse per il fatto che l'ingegno umano e la costanza servivano molto più di adesso perché oggi si usa il computer per individuare il problema).

I vari falegnami poi eseguivano vere opere d'arte e analizzavano i vari tipi di legno prima del loro utilizzo; il legno, diceva mio padre che era anche lui falegname, è vivo, si “muove” sempre ;  ricordo le cataste  lasciate a temprare sotto il sole, la pioggia, l'umidità; il bottaio poi era un falegname, se così lo si può definire, ad un livello superiore, quasi maniacale, perché doveva costruire le doghe curve delle botti; ce n'era uno vicino alla casa dei miei nonni e lo vedevamo provare e riprovare l'accostamento delle varie parti delle botti perché fossero a tenuta stagna. Poi alla fine, un po' di canapa che sigillasse ulteriormente.

I miei nonni erano contadini, ma non so se lo erano diventati perché, dopo tanto peregrinare nelle lontane fabbriche e nelle miniere che, per quanto pericolose, permettevano un certo tenore di vita, riuscirono a comperare un pezzo di terra. L'amore per la terra e per i suoi frutti credo sia derivato da queste bellissime esperienze, rese ancora più belle dai tantissimi amici più o meno coetanei, con cui si dividevano le giornate inventando giochi o rispolverando quelli vecchi.

Il paese era diviso dalla frana che, molto spesso, spostava la strada (e anche le case) oppure se la portava via (a motivo di ciò, la strada a volte era posizionata su fascine); attraversava la frana un fosso che, iniziando dal monte, scorreva per chilometri sino al Savio; il fosso era un ricettacolo di rane, rospi, ma da un lato, era diventato una discarica perché lo spazzino scaricava la carriola con cui andava in giro per l'abitato a raccogliere quel po' di scarti di cui la gente voleva disfarsi (barattoli, bottiglie,rari stracci, medicine scadute); confermo comunque l'alto spirito ecologico di quel tempo perché il riuso, di cui si parla tanto oggi, per quei tempi non era una scelta, ma un obbligo dettato dalle poche risorse. Tante volte ci siamo tagliati coi vetri, con la latta, ma non ho mai visto né sentito lamentarsi alcuno, allora c'era l'automedicazione anche tra noi giovani.

Quando poi giungeva l'inverno, con la neve ed il freddo, che ci procurava geloni ai piedi e alle mani, l'atmosfera diventava magica: le stelle di ghiaccio sui vetri, i candelotti, il camino o la vecchia stufa “economica” accesi, le fette di pane casereccio abbrustolite, il gelato fatto con tanta neve e un po' di vino nel bicchiere. In camera non vi era riscaldamento e i ricami di ghiaccio sui vetri indicavano la temperatura esterna e quanto dovevi essere rapido per alzarti da sotto le lenzuola, che erano state scaldate la sera prima con il “prete” e la “suora”e lo scaldino con la brace ricoperta di cenere.

Il mio letto era stato costruito da mio padre in quanto falegname, con l'apporto anche del sottoscritto che, dopo i compiti, scendeva in bottega per aiutarlo.Il materasso era di lana, ma ho avuto la fortuna di sperimentare anche quello con foglie di granturco e successivamente di crine; io la reputo una fortuna perché nella vita queste esperienze servono per prendere coscienza di sé.

E a proposito di materassi, mi viene in mente la signora Giuditta che faceva (o meglio rifaceva) le imbottite ed i materassi; questa arte è servita a tenere dritte le nostre schiene perché il peso del corpo, dopo un bel po' di tempo (credo due anni) , faceva diventare barchetta lo stesso (non esistevano le doghe ma solo le reti da letto  che anche loro, dopo un po' “mollavano”).  Ebbene, la signora in questione ci ha donato il suo telaio artigianale che serve allo scopo, ma non solo, è venuta  con molta pazienza (noi siamo abituati alla tecnologia dello “spingi il bottone”) e molta costanza ad insegnare questa arte, divenendo nello stesso tempo maestra ma anche giudice perché ha voluto che noi personalmente mettessimo in pratica le sue lezioni. La signora, rimasta piacevolmente e orgogliosamente soddisfatta del suo ruolo di insegnante, ha più di 90 anni.

Gianpaolo Ugolini, volontario de Il Giardino della Speranza

Potrebbero interessarti anche...

Video

Il #VolontariatoPerMe - Sigla Csvnet - novembre 2020